PUBBLICAZIONI
2010 Architettura come modulo
Saggio sul n. di febbraio 2010 della rivista LART – Arte del Liceo del Liceo Artistico
di Busto Arsizio

Abstract
Il fine di tale operazione è quello di arrivare alla creazione una griglia strutturale e strutturata, sulla base della quale è possibile disegnare la pianta e/o il prospetto di una architettura, stabilendo i criteri, non solo per le proporzioni complessive dell’edificio, ma anche per la disposizione reciproca delle sue varie parti.
La trama risultante dalla predetta operazione viene perciò utilizzata per definire una struttura complessiva che può dare, in alcuni casi, anche origine a configurazioni “dinamiche”, derivate, per esempio, dalla gestazione di linee curve su una base ortogonale o assiale; in altre parole non è inevitabile che una maglia modulare, come può essere quella a base quadrata, debba dare per forza luogo a forme quadrilatere e “bloccate”.
Un’operazione inversa rispetto a quanto sopra descritto è quella che consente di partire da una figura geometrica data (ad esempio un quadrato o un triangolo equilatero) e, sulla scorta delle sue relazioni interne, basate sulle mediane, sulle diagonali o su altri elementi o rapporti strutturali, che ne costituiscono il “campo morfologico”, suddividere tale figura in altre simili e non.
Tale metodologia, fondata sulla sottrazione o sulla divisione, può, come quella descritta precedentemente e che viceversa si costituisce tramite l’addizione o la moltiplicazione, dare luogo ad un procedimento teoricamente infinito.
Le due modalità operative, quella tetica e quella litica, sono dunque fra loro opposte e duali: l’una procede dal molteplice all’unità, l’altra dall’unità al molteplice.
La prima dal finito all’infinitamente grande, la seconda dal finito all’infinitamente piccolo.
Nell’utilizzo del modulo a base quadrata per la ricerca architettonica, sicuramente un posto di rilievo spetta agli interessanti studi svolti da John Hejduk con le cosiddette “Texas Houses” degli anni ’50 e ’60.
Egli assume come figura strutturale una “scacchiera” formata da 9 quadrati; questo schema, che si pone in una situazione ottimale dal punto di vista compositivo (ad ogni quadrato viene affidata una funzione o zona funzionale) – trovandosi a metà strada tra una conformazione troppo rigida, derivante dalla griglia 2 x 2, ed una troppo “mobile”, costituita da una griglia 4 x 4 – comporta il vantaggio di avere una cella centrale che entra in collegamento con tutte le altre (tipica delle combinazioni di ordine dispari); in essa, inoltre, vi è un esplicito riferimento ed omaggio ai quadrati magici di ordine 3.
Tale omaggio è ancora più evidente nella “Texas House 1”, nella quale la struttura principale è composta da 9+9 quadrati, secondo lo schema a croce, che rimanda alla conformazione “pre-magica” del quadrato 3 x 3 e che sarà il prototipo di tutte le “Texas Houses” successive.
Nella terza dimensione possiamo operare tramite l’aggregazione di poliedri (regolari e/o semiregolari) che si uniscono in un processo, teoricamente infinito, di esaustione dello spazio, senza lasciare zone vuote.
Tale processo permette di definire una serie di “cellule spaziali” ognuna delle quali, ai fini architettonici, può essere considerata come “cellula abitativa”.
Trova qui ragione il principio del massimo sfruttamento dello spazio, anche se talvolta, dal punto di vista strettamente pratico ed ergonomico, non tutte le soluzioni offrono ipotesi abitative ideali, in quanto la mancanza di “pareti” orizzontali e verticali, parziale o totale che sia, crea problemi rispetto ad un completo utilizzo de volume.
Sotto l’aspetto costruttivo, viceversa, tali “moduli” offrono almeno due grandi vantaggi.
Se concepiti come sistemi reticolari, ogni spigolo dei poliedri diventa un’asta avente lunghezza costante, consentendo così un risparmio notevole in fase di costruzione e una grande facilità di montaggio; in questo reticolo anche tutti i “nodi - giunti” saranno uguali.
In secondo luogo, dal punto di vista strutturale, questi reticoli si comportano come vere e proprie ragnatele o reti tridimensionali, tese in modo omogeneo.
Il gioco del Cubo Soma e le sue implicazioni architettoniche.
Tale gioco è stato inventato nel 1936 dal matematico danese Piet Hein ed è basato sulla dissezione del cubo in 27 cubetti minori. Tali cubetti sono poi ricomposti in 7 pezzi di forma diversa (6 composti da 4 cubetti cadauno ed 1 fatto con 3 cubetti).
Il gioco consiste nel combinare i 7 pezzi in forme geometriche differenti, di fantasia o che possano rimandare a strutture architettoniche, come, ad esempio, nella famosa struttura abitativa, chiamata “Habitat 67” realizzata dall’architetto Moshe Safdie per l’EXPO di Montreal nel 1967.
Ogni elemento, orientato diversamente nello spazio, moltiplica in modo praticamente illimitato le possibilità combinatorie.
Questo gioco può essere utilmente utilizzato come esercizio di composizione di forme architettoniche basate sul concetto di modularità, aiutando gli studenti ad un primo approccio con tale problema.