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PUBBLICAZIONI
2024  Scritti sul colore. Modi di vedere, interpretare, esprimere
Saggio per Pagine editore
Prefazione di Maddalena Mazzocut-Mis; postfazione di Alice Barale

Stralcio dall’introduzione

Perché un altro libro sul colore?
Perché ritengo che esistano ancora territori inesplorati o poco sviluppati che questo insieme di brevi testi vuole evidenziare.
Perché il colore non è solo un linguaggio in sé, che interessa principalmente chi con esso si confronta tutti i giorni (artisti, storici dell’arte, tipografi, tintori, designers, ecc.), o anche chi con il colore interpreta alcuni aspetti del mondo (fisici, psicologi, filosofi, linguisti, ecc.),
In un taccuino di Charles Darwin del 1837 si trova uno schizzo che rappresenta una sorta di albero molto ramificato; il diagramma intende evidenziare la varietà e l'evoluzione della vita sulla Terra a partire da un antenato comune. Egli utilizzò questo schema per cercare di rendere graficamente intuitiva la relazione che esiste fra le varie specie animali o vegetali.
Se si osserva la pagina originale del documento, in alto a sinistra si può leggere il breve inciso: “I think”, io penso. Queste parole, scritte in modo quasi sommesso, ben riassumono e sintetizzano il suo credo, ma – in qualche modo – fanno anche trasparire la sua prudenza e forse incertezza di fondo.
[…] Le diverse ramificazioni, che dipartono […] da questo tronco condiviso e condivisibile, vogliono inoltre mettere in risalto tutti i mondi (alcuni più prossimi, altri più distanti e labili) che hanno, in un modo o nell’altro, a che fare con il colore stesso, il cui senso non può e non deve essere limitato alla mera percezione visiva delle radiazioni elettromagnetiche comprese nel cosiddetto spettro visibile.
Ecco allora che i rami e rametti della filosofia, della simbologia, della percezione e così via possono trovare la loro giusta collocazione all’interno del “sistema albero” e riconoscere la loro reciproca parentela e co-influenza. Possiamo dedurne le connessioni reciproche, le interferenze e le sovrapposizioni culturali.
D'altronde, come tutti gli alberi, anche questo è in continua evoluzione (Darwin ancora!) ed espansione e sempre nuovi rami sono pronti a comparire e formarsi, per suggerirci continuamente ulteriori approcci e modi di intenderlo, comprenderlo, descriverlo.   
Il colore è, di fatto, un meta-linguaggio, e come tale noi possiamo utilizzarlo per parlare anche di altre cose o prendere a prestito alcuni concetti di altre discipline per approfondire e meglio comprenderne alcuni aspetti (da questo punto di vista, si può guardare al notevole lavoro di Narciso Silvestrini, ma anche a quello di Manlio Brusatin; solo per soffermarci sui contributi nostrani).
Ad esempio, se si prendono in considerazione i due simboli matematici 0 e ¥ possiamo, senza paura di essere smentiti, asserire che tali “numeri” non esistono (se non come costrutto concettuale): chi hai mai visto infatti zero di qualcosa o un numero infinito di qualcos’altro? (se non nel linguaggio figurato dove si può dire che “oggi non c’è nessuno in città”, oppure che “nel cielo ci sono infinite stelle”).
Eppure i numeri (naturali, razionali, irrazionali, e così via) sono possibili solo se esistono questi due poli opposti e impossibili.
Parlare di 1, 2, 3… ha senso solo se, ai due estremi del sistema, poniamo la possibilità dell’¥ e quella dello 0.
Allo stesso modo possiamo trattare il motivo del rapporto tra il bianco e il nero.
Al di là della storica diatriba se il bianco e il nero siano o meno dei colori (in campo percettivo lo sono sicuramente, mentre in quello della fisica no), è affermabile con certezza che nessun essere umano ha mai visto un oggetto di colore assolutamente bianco o nero.
Il bianco più bianco che conosciamo è infatti il bianco dell’ossido di zinco o di titanio, che raggiunge circa il 99,8% di bianco assoluto (coefficiente di riflessione); mentre il nero più nero è, per ora, il Blackest black, un materiale composto da nanotubi di carbonio in grado di assorbire il 99,995% della luce.
Di fatto, il bianco e il nero sono bianchi e neri cromatici, vale a dire che sono sempre “sporcati” da una – anche piccolissima, infinitesima – quantità di colore (bianchi o neri azzurrati, verdognoli, giallastri o rossastri e così via)
In mezzo, tra il bianco e il nero, ci sono dunque i colori; l’analisi cromatica ci fa intuire che, al di là di essi, esistono appunto i due assoluti terminali acromatici, così come la conta dei numeri ci fa percepire l’esistenza dei concetti non-numerici che si trovano ai loro estremi [giusto per curiosità, mi piace riportare un breve passo tratto dal libro di Antonio Moresco, Canto del buio e della luce; in esso il suo amico pittore Nicola Samorì, risponde ad una domanda dello stesso Moresco: «- Il colore aggiunge luce o la toglie? Aggiunge buio o lo toglie? - Il colore fabbrica la luce se parte dallo scuro e la toglie se parte dal chiaro», Op. Cit., Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2024, pag. 125].
I testi qui presentati dunque operano negli interstizi, nelle pieghe del mondo del colore, estrapolando e sviluppando argomenti apparentemente secondari, ma altamente significativi, per meglio comprendere ed analizzare il tema così ampiamente e compiutamente affrontato nelle molte pubblicazioni ad oggi edite.
Alcuni degli argomenti riportati si possono ritrovare in realtà (almeno parzialmente) in molti lavori di altri studiosi della materia, ma qui vengono ripresentati sotto un’ottica diversa e all’interno di un “sistema di tematiche” che ne evidenzia le interrelazioni.
Spesso, nei vari saggi, si troveranno rimandi all’uno o all’altro dei testi, a dimostrazione del fatto che il soggetto colore non è intrappolabile o classificabile in sotto-argomenti chiusi, con confini ben definiti.
Al contrario, proprio la debolezza dei “bordi” di ogni elemento trattato, sottolinea la forza dell’intero organismo, in una logica “fuzzy” nella quale ogni aspetto sfuma e trascolora (!) nell’altro, rendendo continua una questione che, la necessità di analisi e di comprensione, vorrebbe presentare come discreta.
Così come idealmente continuo è un cerchio cromatico, nel quale ogni tinta si trasforma, lentamente ma costantemente e inesorabilmente, nella prossima, senza che vi siano “punti critici” che permettano di individuare zone nelle quali un colore pre-domina rispetto agli altri.
Così facciamo nostro il famoso schema di Klee, nel quale i colori giallo-rosso-blu interagiscono tra di loro, essendo (almeno a due a due) contemporaneamente presenti e com-presenti e dove ogni tinta contiene una parte di sé e una parte di-versa da sé (in fig. 2 la riproposizione dello schema citato).
Alla fine di tutto una domanda resta comunque aperta: che cos’è un colore? È incredibile, ma a questo interrogativo nessuno, almeno finora, sa o ha saputo dare una risposta univoca.
Esistono tante risposte parziali che, nel tempo, hanno tentato di dare filosofi (Goethe, Schopenhauer, Steiner, Wittgenstein), fisici (Newton, Frova), artisti (Itten, Kandinsky, Klee, Munsell), psicologi (Lüscher), linguisti (Berlin e Kay), neurologi (Sacks), antropologi, studiosi e storici (Pastoureau, oltre ai già citati Silvestrini e Brusatin), ecc., ma nessuna di esse è una “risposta totale”: tutte guardano ad una piccola parte del mondo colore.
Ed anche sommando i singoli pezzi non si riuscirebbe ad ottenere un tutto compiuto e plausibile, capace di pervenire ad una definizione ultima e indiscutibile.
Così come la somma infinita dei punti di un cerchio non fa una circonferenza, non è possibile individuare un tutto partendo dalla somma dei suoi parziali.
Ma è questo il bello, il mistero che permane intorno al mondo del colore, cosicché qualcun altro possa, ancora, dire la sua e tentare (perché no?) di fornire la risposta ultima […].

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