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PUBBLICAZIONI
1999 L’Angelo
Catalogo per la mostra L’Angelo; Bacacay edizioni
Con saggi di Maurizio Cecchetti, Maddalena Mazzocut-Mis, Roberto Orefice, Roberto Peverelli, Mario Porro



Prefazione di Giorgio Faccincani

In “Flatlandia” Edwin Abbott ci racconta della visita che una sfera compie a una famiglia di poligoni.
La sfera si manifesta agli esseri del mondo piano dapprima come punto, che via via si allarga in cerchi sempre più grandi e poi, raggiunta la circonferenza massima, in cerchi sempre più piccoli, fino a ritornare alla dimensione di punto, per poi svanire.
Gli esseri di Flatlandia hanno, in seguito a questo avvenimento, potuto conoscere la sfera?
Certamente no; essi hanno assistito a uno strano fenomeno che, per quanto i loro “sensi” abbiano potuto percepire, appartiene comunque, per quanto inusuale possa essere, al mondo bidimensionale.
Noi uomini, esseri appartenenti alla terza dimensione, allo stesso modo dei personaggi di Abbott, non possiamo avere esperienza di dimensioni differenti dalla nostra, e qualora esse si manifestassero non potremmo riconoscerle come tali, in quanto i segni, le tracce del loro passaggio sarebbero con-formi al nostro mondo tridimensionale.  
Così come l’Angelo, essere che certamente appartiene ad una dimensione altra, non può essere da noi riconosciuto come tale, se non cercando di decodificare i segni del suo passaggio terrestre; nel nominarlo o rappresentarlo, riportiamo l’Angelo a “misura dell’umano” camuffandolo all’interno di una icona scritta o figurata, da noi controllabile e riconoscibile.
Infatti la sua vera essenza è per l’uomo non conoscibile, è ente innaturale (in quanto non appartenente alla nostra natura) ma anche in-naturale, che è in Natura, in quanto natus.
Natura aerea è quella dell’Angelo, e la volta celeste la sua dimora.
Nelle Parabole (Enoc, 61, 1) gli Angeli, dovendo con una cordicella misurare la casa degli eletti, “presero le ali e si involarono”.
Possiamo dunque, nel rappresentarlo, fare solo un’opera di riduzione, rapportare ciò che è invisibile alla nostra dimensione visibile, cercandone, come dicevamo, nel mondo che ci circonda i fenomeni che possano rivelarcene la presenza: un raggio di luce, un lampo, una favilla, un’ombra sfuggente, una nube.
Per comprendere l’Angelo, e il suo doppio, il Demone, è necessario comprendere il Mondo, per arrivare a un Angelo-mondo, computando il gioco infinito (Aleph-uno) dei possibili.
Come negli infiniti punti di una retta, nei quali i due impossibili estremi si scoprono nella stessa identità, dove, come direbbe Calvino, il mondo guarda il mondo.
Allora l’Angelo e il Demone non sono che come Dedalo e il Minotauro, due protagonisti della stessa tragedia, non due opposti, ma, semmai, due complementari, nella cui fusione il mondo si ricompone.
Parafrasando ancora Calvino, possiamo dire che essi sono forma della nostra mente, o meglio del rapporto che esiste tra una mente universale (quando pensiamo alla nostra mente, la immaginiamo parte di una mente che tutti accomuna), che denota una figura di Angelo condivisa, e una mente personale (propria) che costituisce, a partire da un modello universale, un’idea di Angelo che appartiene solo al singolo.
La figura dell’Angelo deve dunque configurarsi in una antropomorfizzazione, egli deve farsi uomo per poter finalmente “essere”.


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