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PUBBLICAZIONI
2011  Istruzioni per gli usi. La geometria come modello morfogenetico
Saggio per Nomos edizioni
Presentazione di Maddalena Mazzocut-Mis
 

Introduzione
 
“Come un suono puro o un sistema me­lodico di suoni puri in mezzo al rumore, così un cristallo, un fiore, una conchiglia si distinguono dall’ordinario disordine dell’insieme delle cose sensibili. Essi ci appaiono oggetti privilegiati, più intelligi­bili alla vista, benché più misteriosi alla riflessione, di tutti gli altri che osserviamo indistintamente; ci propongono strana­mente connesse le idee d’ordine e di fan­tasia, d’invenzione e di necessità, di legge e d’eccezione; nel loro apparire vediamo la parvenza di una intenzione e, contem­poraneamente, di una azione che li avreb­be plasmati all’incirca come sanno fare gli uomini, nonostante l’evidenza di pro­cessi che ci sono vietati e impenetrabili”. La forma è incessante trasformazione, metamorfosi e il mezzo per evidenziare tale processo è sia un movimento creatore intrinseco allo stesso sviluppo biologico delle forme sia il lavoro progettuale che di tali forme si fa descrittore e insieme nuovo creatore.
Il testo di Giorgio Faccincani mostra le forme nella loro struttura, nel loro emer­gere dal caos formale: come un cristallo o una conchiglia. Un lievitare delle forme stesse entro il cuore della natura, entro il cuore dell’architettura quale progetto lucido, proiettivo, che si innesta nel pro­cedere della natura come un gioco di ge­ometrie che sgorga da una fonte da cui la stessa geo-biologia si nutre.
Scrive Valéry: “l’idea del fare è la prima e la più umana. ‘Spiegare’ non è altro che descrivere una maniera di fare, significa rifare col pensiero”. Per Socrate – che dialoga con Fedro in Eupalinos o l’Ar­chitetto – se è “ragionevole pensare che le creazioni dell’uomo sono fatte o in vi­sta del proprio corpo” (utilità) o “in vista della propria anima” (bellezza), bisogna anche constatare che esiste un terzo prin­cipio che ha a che fare con la resistenza, che si oppone all’inesorabile destino della morte. Una resistenza che implica una di­rezione, un’organizzazione, un mezzo, un metodo.
La forma trova quindi una sua soluzione geometrica, incontrando l’ideale di D’Ar­cy Thompson della riduzione della varie­tà infinita delle forme all’interno di uno schema generale in grado di tradurre il visibile qualitativo in un invisibile quan­titativo. Si annulla, a favore di un mondo retto da leggi valide universalmente, lo scarto qualitativo del mondo organico e si riconduce il molteplice fenomenologico all’intelligibilità gnoseologica del finito matematico.
Come ricorda D’Arcy Thompson, sebbe­ne la tela del ragno sia “piena di matema­tica” – in quanto ciò che viene tessuto è propriamente una spirale logaritmica – il ragno non sa nulla di matematica. “Ma per il semplice fatto che esso ripete inces­santemente la stessa manovra, che traccia ogni linea breve nello stesso modo, che fa degli angoli successivamente identici o intenzionalmente o automaticamente o per un meccanismo innato nella sua stes­sa persona, si ha nondimeno, come ine­vitabile risultato, che tale successione di linee parallele con angoli identici si svi­luppa alla fine nella bella e sottile curva matematica”. La perfezione della spirale della conchiglia può essere spiegata capo­volgendo il problema; basta riconoscere in tale “miracolo” niente altro che una “applicazione della legge di economia, alla quale è sottomessa la materia, quan­do essa si innalza a forma”. La regolarità della forma della conchiglia, come quel­la della celletta delle api, è determinata
esclusivamente da qualche meccanismo automatico dovuto a forze fisiche. Come non ricordare a questo proposito l’analo­gia esistente tra la forma degli scheletri di alcuni radiolari e la geometria delle lami­ne di sapone, tra la testa del femore e il marchingegno di una gru... Ogni sistema tende a seguire delle leggi economiche o principi di ottimizzazione, che sono l’esplicarsi di un logos all’interno della natura. Così la geometria dell’inerte, o la geometria del solido, può essere applicata alla materia ogni qual volta venga preser­vata dall’azione delle forze perturbatrici. Si tratta, infatti, di determinare la sempli­ce efficienza meccanica. Come l’ingegne­re non può prescindere dal calcolo di tutte le componenti meccaniche e deve consi­derare tutte le forze agenti dall’esterno sull’oggetto che sta costruendo, così la natura, nella sua immensa varietà, conser­va una intrinseca regolarità, giustificata da una serie di leggi economiche, che de­terminano la configurazione dei vegetali, degli animali, ma anche delle pietre, dei cristalli, delle conchiglie e delle nuvole.
Dunque tutte le combinazioni formali che ci meravigliano per la loro perfezione e “che per noi meritano la qualifica di ‘sa­pienti’, sono eseguite in realtà dalla natu­ra. [...] Ma l’uomo, dotato di coscienza, non può proprio motu ottenere lo stesso risultato; egli procede attraverso il pen­siero lucido e lo raggiunge soltanto con l’aiuto di ragionamenti e di calcoli. Essi sono sia la sua debolezza sia il suo pri­vilegio; debolezza, poiché egli non pos­siede l’infallibilità della materia cieca o dell’animale istintivo; privilegio, poiché sfugge alla fatalità del resto dell’univer­so. Se deve ricostruire tutto mediante uno sforzo cosciente, egli sviluppa con ciò anche il principio della libertà: cerca, sce­glie, può sia sbagliarsi sia raggiungere lo scopo; è responsabile”.
Eppure, la semplicità delle forme della natura è tale solo nei principi, o meglio nei principi matematizzabili e riproduci­bili. Perciò anche il geometra, che è riu­scito agevolmente a spiegare e a rendere intelligibile la forma della conchiglia e della ragnatela riducendole all’interno di poche leggi matematico-geometriche, è sconcertato quando l’ultima parte del­la conchiglia “si svasa bruscamente, si squarcia, si risolleva e deborda in labbra disuguali, spesso di nuovo orlate, ondula­te o striate, che si discostano come fossero di carne, scoprendo nelle pieghe della più dolce madreperla l’inizio di una rampa li­scia, di una vite interna, che si nasconde e guadagna l’ombra”. E poi, si chiede, “per­ché non un giro di più?”.
Allora le rigide formule non bastano; al­lora la consapevolezza dell’uomo di po­ter riprodurre le forme non è sufficiente. L’uomo può credere di possedere una for­ma nel momento in cui ne scopre le leggi o nel momento in cui riesce a progettarla e a costruirla, ma la sua consapevolezza non lo fa progredire per nulla nel miste­ro della natura. Eppure, nel momento in cui progetta, elabora e poi costruisce “è necessario prima di tutto che un disegno agisca su di lui e ne faccia uno strumento specializzato; bisogna che un’idea coordi­ni quel che vuole, quel che può, quel che sa, quel che vede, quel che tocca e che muta e che l’organizzi espressamente in vista di un’azione particolare ed esclusi­va a partire da uno stato in cui era ancora disponibile e libero da ogni intenzione”.
Nel testo di Giorgio Faccincani il mondo del progetto, il mondo delle forme geo­metriche che si proiettano grazie al fare dell’uomo in un universo di costruzione, tattile, tangibile, fruibile è protagonista assoluto. La forma si fa spirale, rete, frat­tale in un continuo rapporto tra proget­to e geobiologia, progetto e geometria, progetto e creazione. Pieghe deleuziane, curve barocche, forme attive, forme in formazione, come vuole Klee, sono la ge­nesi creativa di una costituzione sensibile aperta sia alla razionalità del quantitativo sia all’irrazionalità del possibile qualita­tivo. Un’irrazionalità dove, come insegna Calvino, attraverso il primo segno, che è forma, e quindi scelta, scarto, il mon­do inizia a dare immagine di sé. A partire dal segno tracciato, l’universo si dà una forma. Il progetto è una forma “forte”, autenticamente interpretativa; una lettura del mondo oltre che descrittiva, proietti­va, oltre che proiettiva, topologica.

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