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2016 Il sentimento degli oggetti
Saggio per Benzoni editore
Stralcio dalla premessa
Uno degli oggetti più antichi fabbricati dall’uomo e che è giunto fino a noi è il cosiddetto “Chopper di Olduvai”. Olduvai è una gola che si trova nella Tanzania settentrionale, ed il luogo ove il chopper è stato rinvenuto (assieme ad altri oggetti) dall’archeologo Louis Leakey nel 1931.
Con ogni probabilità, esso serviva per macellare gli animali uccisi, ma anche per pulire o scorticare radici o cortecce. Neil MacGregor, che è stato direttore della National Gallery di Londra, nel suo libro La storia del mondo in 100 oggetti (tratto da una serie radiofonica della BBC), riporta questa frase del naturalista e documentarista David Attenborough: «Questo oggetto è alla base di un processo che per la specie umana è poi diventato un’ossessione. È ricavato da un elemento naturale per uno scopo che, nella testa del suo creatore, era molto chiaro. Considerata la sua funzione, è più complesso del necessario? Verrebbe da dire di sì. Queste – una, due, tre, quattro, cinque – scheggiature da un lato e le tre dall’altro servivano davvero? Non ne bastavano due? Secondo me sì. Secondo me l’uomo o la donna che lo possedevano hanno deciso di modificarlo per quel famoso scopo, e pensare che l’attrezzo avrebbe funzionato così bene, in modo così preciso, risparmiando loro moltissima fatica, deve avergli fatto molto piacere. Se tutto fosse accaduto più tardi, potremmo parlare di un piacere estetico. Ma è troppo presto. Il viaggio era solo all’inizio».
E questo viaggio ci avrebbe portati fino ad oggi, fino ad essere completamente circondati da oggetti, cose, utensili, attrezzi e a dipendere quasi esclusivamente (se non del tutto) da essi.
Da quando l’uomo ha cominciato a fabbricare oggetti artificiali non ha più smesso, e la sua evoluzione fisica, mentale, culturale, scientifica è a questi strettamente connessa.
Come scrive Marco Belpoliti, «gli oggetti d’uso crescono ogni giorno e invadono gli ambienti in cui abitiamo, mangiamo, dormiamo, viaggiamo, facciamo l’amore, corriamo, litighiamo, gioiamo. Gli oggetti […] veicolano anche comportamenti, idee, immagini». Essi dunque comportano un investimento affettivo, pregno di «concetti e simboli che vengono proiettati su di essi per far sì che questi ultimi diventino cose» e «Le cose divengono importanti in quanto racchiudono storie e narrazioni, racchiudono ma al contempo aprono a mondi [di] ricordi e di esperienze. Le cose non sono soltanto cose, recano tracce umane, sono il nostro prolungamento. Gli oggetti che a lungo ci hanno fatto compagnia sono fedeli, nel loro modo modesto e reale. Ciascuno ha una storia e un significato mescolati a quelli delle persone che li hanno utilizzati e amati».
Volendo, si potrebbero suddividere gli oggetti in due macro categorie: quelli utili, che svolgono una precisa funzione, uno specifico lavoro e quelli (apparentemente) inutili, che hanno un valore puramente estetico e/o estetizzante o un contenuto culturale.
Alla prima appartengono gli attrezzi, gli strumenti ed i mezzi, dal più semplice, come – per dire – un chiodo, al più complesso: un computer o una navicella spaziale. Alla seconda ed alla terza, i gioielli, i soprammobili, le opere d’arte, e così via: tutti quegli elementi che attengono alla sfera puramente speculativa-artistica, a quella dell’attrazione sessuale o della decorazione degli ambienti.
In realtà, a volte, la questione è più complessa ed i margini di separazione si rendono più sfumati e, persino, in alcuni casi, si fondono.
Per esempio, una ciotola è di per sé un oggetto essenzialmente funzionale e non necessita o, meglio, non necessiterebbe, di alcuna sovrastruttura. È sufficiente a se stessa. Tuttavia, l’uomo l’ha quasi sempre decorata e lavorata secondo determinati criteri di bellezza. Essa, perciò, raccoglie in sé sia un valore legato ad una necessità, sia quello destinato a renderla anche un oggetto piacevole a vedersi e che, pertanto, può essere al limite anche svuotato dalla sua precipua funzione per divenire “bello in sé”.
Ma, in realtà, è stato fatto ancora un passo ulteriore: gli esseri umani hanno sviluppato la capacità di investire e rivestire gli oggetti di valori simbolici. Ne hanno intravisto le implicazioni formali e le possibilità di significati intrinsechi complessi.
Molti artisti, come Duchamp, hanno compreso il “valore” dell’oggetto quotidiano, oppure, come Picasso, ne hanno colto le risonanze morfologiche.
Tutto ciò, fino ad arrivare al limite di trovare significato anche nei detriti, nei rifiuti, negli scarti, non solo come elementi di critica ad una società che, proprio perché circondata completamente di oggetti, non riesce più a dare valore a quelli “consumati”.
Gli oggetti sono anche contenitori di ricordi, di emozioni, di rimandi a persone alle quali si è, o si è stati, legati.
Nella costruzione dei propri oggetti spesso l’uomo ha guardato alla natura, imitandola. Talvolta, solo (??) per coglierne alcune valenze formali – si pensi, per esempio, a certe opere di Gaudì (figura 6) o ad alcuni lavori artistici di Giuseppe Penone; altre volte per riprodurne le proprietà funzionali: in questo caso si possono fare degli esempi che a partire da Frei Otto (figura 7) arrivano fino alla cosiddetta “progettazione biomimetica”, che dall’osservazione della natura cerca di comprendere come funziona un sistema complesso vivente. Come scrive Ilaria Mazzoleni, «Per i progettisti è questo un nuovo modo di confrontarsi con l’architettura: [la biomimetica animale è] una forma di esplorazione scientifica […] per una progettazione attenta alle interrelazioni ambientali e fisico-statiche, che gli edifici devono sostenere per inserirsi nell’ambiente costruito in modo non invasivo. […] Questo nuovo modello di progettazione, pur traendo ispirazione dal mondo animale, non vuole essere un mero esperimento di manipolazione formale ed estetica della natura, bensì aspira ad avere valore performativo: […] La sensibilità del progettista sta quindi […] nell’imparare a percepire oltre il visibile, estrapolando, traslando e traendo ispirazione dalla natura […] guardando al non visibile […]».
La bellezza della natura è tale che si riscontrano innumerevoli casi nei quali gli oggetti sono stati utilizzati così come sono (o quasi) per realizzare monili, come le collane di conchiglie, o esposti come fossero vere e proprie opere d’arte tout-court, fino ad arrivare all’esperienza della Land Art, ove non più il singolo elemento ma tutto il paesaggio in qualche modo diviene arte.
L’ultimo e il più estremo degli oggetti è l’uomo stesso: qui la fusione è perfetta, a partire dalle mummie e dai “corpi venosi” del Principe di San Severo, per arrivare alla Body-art ed ancora oltre, compiendo quasi un giro a 360° con l’esposizione di cadaveri plastinati e plastici come quelli mostrati da Gunther von Hagens.
