Vai ai contenuti
Salta menù
Salta menù
PUBBLICAZIONI
2012  Ou.Archi.Po - Ouvroir de Architecture Potentielle
Saggio sul n. di aprile 2012 della rivista LART – Arte del Liceo del Liceo Artistico di Busto Arsizio
 

Abstract
 
Nel 1960 a Parigi viene fondato da Raymond Queneau e François Le Lionnais il gruppo denominato OuLiPo (acronimo dal francese Ouvroir de Littérature Potentielle), al quale si uniranno più tardi, fra gli altri, Italo Calvino e George Perec.
Scopo del gruppo è quello creare dei lavori utilizzando, tra le altre, le tecniche della scrittura vincolata detta anche a restrizione; alla base di tutto ciò vi è l’idea, non solo di creare, attraverso tali restrizioni, nuovi modelli strutturali (in letteratura e non), ma anche di esplorare le potenzialità insite in opere che si sviluppino all’interno di precostituite gabbie semantiche, grammaticali o di altro genere. Il tutto considerando la restrizione non come un limite ma come un’opportunità.
In architettura l’assunzione, volontaria o meno, di gabbie o il confronto con vari tipi di restrizioni (formali, economiche, dimensionali, funzionali, ecc.) non è nuovo, anzi è connaturato all’architettura stessa, allo sviluppo del progetto nelle varie sue parti.
L’architettura si è anche sempre volontariamente sottoposta a vincoli e norme di tipo compositivo, basti pensare all’utilizzo di strumenti regolatori e di controllo essenzialmente bidimensionali, come le griglie modulari o le sub-strutture matematico-geometriche (afferenti, ad esempio, all’uso delle varie proporzioni armoniche – come quelle musicali o estrapolate dalla Sezione Aurea – o connesse al mondo delle simmetrie).
Nuova è però l’idea che, invece di fare ricorso a tali elementi guida, si utilizzino delle unità (anche qui modulari – o pseudo-modulari – ma in senso tridimensionale e non solo piano) e che questi costituiscano una sorta di mattoni con i quali costruire l’oggetto. A ciò si aggiunga l’ipotesi che l’opera di “edificazione” possa essere antecedente al progetto e che questa sia guidata solo dall’istinto, dall’intuito o dal mestiere del progettista e, naturalmente, dalle “regole di restrizione” che egli stesso di è dato.
In tal modo si viene a definire una specie di Gestaltung, ovvero di teoria della configurazione; ed essa, come scrive Paul Klee in “Concetti introduttivi alla teoria della figurazione” in “Teoria della forma e della figurazione” (Feltrinelli, Milano 1959), «si occupa delle vie che conducono alla figura (alla forma), ma con l’accento sulle vie che a questa conducono: la desinenza della parola stessa sta a indicare quanto s’è detto or ora. L’espressione “teoria della forma”, come si dice dai più, trascura di porre l’accento sulle premesse e le vie che vi conducono. “Teoria della formazione” è espressione troppo inconsueta. Figurazione implica inoltre chiaramente l’idea di una certa mobilità, ed è quindi preferibile. Rispetto a “forma” (Form) “figura” (Gestalt) esprime inoltre qualcosa di più vivo. Figura è più che altro una forma fondata su funzioni vitali: per così dire, una funzione derivante da funzioni. Tali funzioni sono di natura puramente spirituale; alla loro base sta il bisogno di espressione».
In questo senso, parafrasando un antico e saggio detto, la strada è più importante della meta e si dà valore all’aspetto ludico, giocoso, del fare (consapevole e colto), facendolo diventare centro ispiratore, motore di un percorso di costituzione figurale (prima) e formale (dopo).
Rifacendosi all’insegnamento di Aristotele, si può dire che l’agire tecnico (poiesis) è guidato dall'idea (eidos) e trova la sua perfezione nell'abilità (techne) operativa posseduta.  In questo senso, si può legare la poiesis e la techne attraverso il fare, che in questo contesto, è il mezzo necessario al raggiungimento del fine, ma non è il fine stesso; questo, infatti è il prodotto (l’oggetto-progetto), diverso dall'azione, ed esso comincia ad esistere solo al termine dell'azione stessa.
L’esperienza didattica qui illustrata, partendo dalle suddette premesse teoriche (in parte non esplicitate agli studenti, per non caricare la fase ludica di eccessive aspettative e responsabilità) si è basata sulle seguenti regole (costrizioni):
a)      utilizzo del mattoncino “Lego” base per la costruzione del modello architettonico;
b)      rispetto delle misure della base, mentre l’altezza poteva venire liberamente decisa dallo studente;
c)      montaggio del modello senza basarsi su alcuno schizzo, disegno o idea mentale precostituita;
d)      utilizzo libero di più colori, liberamente disposti;
e)      definizione “randomica” di spazi vuoti all’interno del corpo del modello, definiti man mano che il montaggio dei mattoncini procede.
Una volta realizzato il modello, si è passati alla fase progettuale, in primo luogo definendo una scala e poi rilevando l’oggetto, per arrivare infine ad una sua strutturazione funzionale e distributiva.
Fermo restando che, comunque, l’idea di partire da un modello per poi arrivare ad un progetto non è nuova (viene applicata, per esempio, dal grande architetto Frank O. Gehry), nuovo è il tentativo di teorizzarne il percorso (o, meglio, un percorso), in quanto la teorizzazione permette la replica e il trasferimento delle informazioni, che, altrimenti, rimangono esclusivamente nella testa e di proprietà del singolo artista.

Copyright © 2026 Giorgio Architetto Faccincani
Torna ai contenuti
Icona dell'applicazione
Architetto Giorgio Faccincani Installa questa applicazione sulla tua schermata principale per un'esperienza migliore
Tocca Pulsante di installazione su iOS poi "Aggiungi alla tua schermata"